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La società dell’immagine: mio nonno, una fotografia e gli eccidi nazifascisti del 1944.

Scrivo questa nota a caldo, sull’onda dell’emozione e la condivido qui, come se fosse un’annotazione su un diario, perché ne resti traccia, anche se lo spazio non è adatto all’argomento (ma esiste poi uno spazio adatto ad un argomento del genere? Forse ogni spazio lo è).
Il fatto è che stamani mentre mi preparo la colazione, accendo la tv su raitre e in quel preciso istante vedo scorrere una foto in bianco e nero, dall’alto verso il basso.
È una foto familiare, che ho visto centinaia di volte: una facciata di case in linea, in discesa, o meglio, quello che ne resta dopo un incendio. Del tetto restano mozziconi di travi, che si intravedono, le aperture sono dei buchi neri. Sotto c’è un uomo in movimento. Indossa una camicia bianca, il suo volto nell’animazione del video è interamente mangiato dall’ombra, ma la sua figura è inconfondibile. È mio nonno, Renato Dragoni, davanti alla sua casa dopo l’eccidio nazifascista di Castelnuovo dei Sabbioni.
Un istante dopo appare in video la signora che stava parlando fuori campo, e il nome in sovrimpressione recita: Cesira Pardini, e io resto immobile ad ascoltarla cercando di capire di cosa stia parlando. È una delle poche persone scampate all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.
Oggi è il 12 agosto del 2010, sto guardando una puntata de La Storia siamo noi dedicata a quell’eccidio nel giorno del suo anniversario ma in quel momento ancora non lo so.
Guardo tutta la puntata. Si parla dei crimini compiuti durante l’occupazione nazifascista e dell’armadio della vergogna ritrovato nel 1994 in uno sgabuzzino della cancelleria della procura militare, a Roma. Era l’armadio che conteneva più di 600 documenti sulle “Atrocities in Italy” proveniente dal comando dei servizi segreti britannici, “archiviati provvisoriamente” a partire dagli anni ‘50.
Ma come ha fatto la foto di mio nonno a finire lì, inserita in un racconto in cui non si parla di altri eccidi che non siano quello di Sant’Anna di Stazzema?
La foto di mio nonno è stata pubblicata varie volte in volumi di storia locale; scopro ora che è anche online su una pagina del sito della Regione Toscana dedicata all’archivio della memoria. Per cui la spiegazione alla fine è semplice: i curatori del documentario hanno raccolto moltissimo materiale audiovisivo e vi hanno poi attinto in maniera funzionale al racconto, privilegiando in alcuni casi la ricerca dell’effetto alla verità documentaria. In quel momento la signora scampata all’eccidio sta descrivendo come i tedeschi avessero messo a ferro e fuoco il paese: ecco una foto che scorre dall’alto in basso che raffigura una scena post-eccidio, un uomo di fronte alle rovine di quella che era una casa, casa sua. E però era un altro eccidio. Uno dei tanti.
E comunque, stamani essermi trovato di fronte a quell’immagine di mio nonno, che non ho mai conosciuto se non attraverso le pochissime foto che lo ritraggono e i tanti racconti di famiglia, mi ha talmente colpito che mi trovo qui, a scriverne per la prima volta, “perché la memoria non si cancelli” (come recita il titolo di un libro che raccoglie le testimonianze sugli eccidi del luglio 1944 nel territorio di Cavriglia).
I rastrellamenti a Castelnuovo iniziano la mattina del 4 luglio 1944. Mia nonna Pinella sta tornando dai campi dopo essere stata a fare l’erba. Vede che stanno facendo salire gli uomini su dei camion per portarli su in paese e non si sa perché, c’è chi dice li radunino per portarli a lavorare da qualche parte. Rientra in casa dove mio nonno ha appena finito di farsi la barba. Discutono, lei racconta quello che ha visto. A differenza di lui non si fida della situazione, lo convince ad andarsene. Nella piazza stanno radunando sempre più persone. Gli mette indosso una sottana, ai piedi degli zoccoli e in testa un fazzoletto a coprire i capelli. Attraversano la piazza così, insieme, col cercine in testa e l’erba. Lei gli dice: “se ti prendono mi faccio prendere anch’io, che ci resto a fare da me?”.
A Castelnuovo dei Sabbioni vengono uccise 75 persone, i corpi dati alle fiamme come la parte centrale del paese. Mia nonna sarà una delle donne che molti giorni dopo, il 12 luglio, raccoglieranno i resti irriconoscibili di quelle persone per trasportarle su un carretto ad essere sepolte in una fossa comune, in alto, nel cimitero del paese. Tra quelle persone c’era Annibale Boni, il babbo della mia nonna Pinella. Era un anarchico e aveva sempre un fazzoletto rosso al collo. Lo riconosceranno da quello.

Le fonti sulle stragi in Toscana sono moltissime. Ne cito solo due essenziali da cui si può iniziare ad approfondire: il libro di Filippo Boni, Colpire la Comunità, pubblicato recentemente rappresenta un punto di svolta nell’analisi storiografica di quello che è accaduto in terra d’Avane; un testo reperibile online di Ivan Tognarini Presidente dell’Istituto storico della Resistenza in Toscana.
"Una domenica d'agosto", La Storia siamo noi, fermo fotogramma.Il fotogramma di "Una domenica d'agosto", La Storia siamo noi. Castelnuovo dei Sabbioni estate 1944, Renato Dragoni di fronte alla sua casa dopo che era stata data alle fiamme dai nazisti.

Castelnuovo dei Sabbioni estate 1944, Renato Dragoni di fronte alla sua casa dopo che era stata data alle fiamme dai nazisti. La foto è tratta dall'archivio online della Regione Toscana.

Castelnuovo dei Sabbioni estate 1944, Renato Dragoni di fronte alla sua casa dopo che era stata data alle fiamme dai nazisti. La foto è tratta dall'archivio online della Regione Toscana.